C’è una sensazione che ti assale quando fissi troppo a lungo un puzzle e ti accorgi che i pezzi, una volta incastrati, non formano il paesaggio sereno che ti aspettavi, ma il volto di un mostro. È questa l’inquietudine che si prova oggi rileggendo le carte del delitto di Garlasco, quasi vent’anni dopo.
Non stiamo parlando solo dell’omicidio di Chiara Poggi, ma di un “filo invisibile” tinto di un rosso scuro che sembra legare quella villetta di via Pascoli a una serie di morti misteriose, frettolosamente archiviate come suicidi, e a un sottobosco di devianze che la provincia italiana ha tentato disperatamente di nascondere sotto il tappeto.
Chiara e il Segreto della Chiavetta USB Per anni ci hanno raccontato che Chiara Poggi cercava online risposte sui comportamenti di Alberto Stasi. Ma se fosse una bugia? O meglio, una mezza verità distorta? Una rilettura attenta degli orari e dei contenuti suggerisce uno scenario ben più inquietante: Chiara stava indagando. Le sue ricerche, massicce e concentrate in orari impensabili (il venerdì sera, l’alba prima dell’ufficio), non riguardavano un fidanzato “strano”, ma qualcosa di oscuro che stava accadendo intorno a lei.
Forse cercava di capire in che giro fossero finiti alcuni conoscenti? Se quel “mondo” fatto di manipolazione e segreti avesse iniziato a toccare le persone a lei care?

L’ipotesi che avanza con prepotenza è che Chiara avesse scoperto l’esistenza di una struttura, chiamiamola “setta” o “combricola”, un gruppo coeso legato da dinamiche di potere, forse gestito da adulti con interessi inconfessabili, che usava giovani pedine per i propri scopi. E Chiara, con la sua curiosità e il suo senso di giustizia, era diventata un pericolo. Andava zittita.
La Scia di Sangue: I “Suicidi” Sospetti Se Alberto Stasi è innocente – e i dubbi sono ormai montagne – allora a Garlasco c’è un assassino libero. E un assassino che resta impunito spesso non si ferma. L’inchiesta parallela condotta da giornalisti coraggiosi come Luigi Grimaldi accende i riflettori su una serie di morti che sfidano la statistica.
Pensiamo a Michele Bertani, amico strettissimo di Andrea Sempio (l’altro grande sospettato, poi archiviato). Bertani muore nel 2016. Suicidio, dicono. Ma un anno dopo, Sempio, intercettato mentre si sente braccato, esplode in una rabbia fredda parlando di quella morte, descrivendone le modalità in modo ossessivo. E che dire del tatuaggio di Bertani? Una scritta enorme sulla testa: “Never answer the phone” (Non rispondere mai al telefono).
Un riferimento al film Memento, o un avvertimento reale? Poi c’è Sasha Pinna, un altro ragazzo la cui fine è avvolta nel mistero, preceduta da telefonate anonime e un post Facebook (“The End”) che appare in perfetta sincronia con la sua morte. E Giovanni Ferri, il vicino di casa, e persino il dottor Cavallini. Troppe persone collegate a quel cerchio magico sono sparite. È possibile che siano tutte coincidenze? O è il metodo di pulizia di un sistema che elimina chi diventa una “mina vagante”?
Andrea Sempio: Il Profilo del “Sadico”? I riflettori tornano inevitabilmente su Andrea Sempio. Descritto come un ragazzo tranquillo, le indagini difensive hanno portato alla luce un lato oscuro che fa tremare i polsi. Non stiamo parlando di semplici hobby, ma di una fascinazione per la violenza grafica. Foto di wrestling estremo, maschere di sangue, volti tumefatti. E poi quel corso di “autopotenziamento” del 2014: non un corso per migliorare l’autostima, ma tecniche di manipolazione profonda, quasi per esercitare un dominio sull’altro.
Ma il dettaglio più agghiacciante è emerso dal suo computer. In un esercizio tecnico in cui doveva associare nomi a volti di una foto di gruppo, Sempio usa soprannomi scherzosi per tutti. Tranne per una ragazza, Laura, che vagamente somiglia alla vittima. Su di lei, Sempio appone un’etichetta secca: “Chiara”. Perché? Perché dare il nome della sorella morta del tuo migliore amico a un’altra ragazza, anni dopo il delitto? Freud parlerebbe di un ritorno del rimosso, un lapsus dell’inconscio che urla una verità sepolta. Quel “Chiara” lì, isolato, è un macigno.
Il Silenzio Assordante dei Poggi In tutto questo scenario da incubo, c’è un elemento che fa più male di tutti: il silenzio della famiglia Poggi. Rita e Giuseppe si sono battuti come leoni contro Alberto Stasi. Hanno preteso giustizia, hanno analizzato ogni respiro dell’ex fidanzato. Ma oggi? Di fronte a indizi che puntano verso la cerchia di amici del figlio Marco (Sempio, Bertani, Biasibetti), di fronte a morti sospette e scenari di sette, perché non c’è la stessa rabbia? Perché non chiedono di riaprire tutto? È un silenzio che spaventa.
È il silenzio di chi non sa e ha paura di scoprire? O è il silenzio di chi sa qualcosa di troppo orribile per essere pronunciato ad alta voce?

Conclusione: Oltre la Verità Processuale Se Andrea Sempio gode di una calma serafica, forse è perché sa di avere le spalle coperte. Non solo da una famiglia influente, ma da un sistema che se crollasse trascinerebbe con sé pezzi grossi. Ma la verità, come l’acqua, trova sempre una strada per uscire. Le mutande mai analizzate per il DNA (o analizzate con risultati “scomodi”?), le timbrature di lavoro sospette usate come alibi da persone esterne, le coincidenze temporali: tutto ci dice che a Garlasco il buio non se n’è mai andato.
E finché non avremo il coraggio di guardare dentro quel buio, Chiara Poggi non sarà l’unica vittima di questa storia maledetta.